lunedì 31 ottobre 2016

La politica dei rimborsi

Chiunque pubblichi ebook sugli store online avrà dovuto scontrarsi con la politica dei rimborsi. In base a una direttiva comunitaria, difatti, i clienti possono usufruire del diritto di recesso entro 14 giorni dall'acquisto, sia sugli articoli materiali, sia su quelli digitali.
L'abuso di questo diritto può però incentivare la pirateria e si tratta sicuramente di una spiacevole esperienza per chi pensava di aver venduto determinati titoli e si ritrova con la vendita non retribuita, immaginando al tempo stesso il furbetto a casa con una copia del libro in mano.
La rabbia scaturisce dal fatto che spesso la faccenda si verifica anche in presenza di ebook a pochi centesimi. Chi non può permettersi un acquisto è in genere educato in modo e maniera da attendere il momento opportuno in cui sarà in grado di effettuarlo, quindi la frustrazione sale al pensiero che si tratti di qualche personaggio viziato che si sente intelligente a derubarvi anche se magari non ha alcun problema ad arrivare a fine mese.
Purtroppo, l'unica cosa che lo store può rispondervi è che un apposito team di verifica prenderà i relativi provvedimenti in relazione ai contatti che senza motivo restituiscono gli acquisti digitali. Alcuni di questi account possono essere chiusi, ma il processo è lungo e complicato.
Certo, i rimborsi sono legittimi in caso di acquisti accidentali, insoddisfazione dovuta a scarsa qualità visiva o contenuti di un libro non corrispondenti alla relativa descrizione; ma spesso c'è chi ci gioca, in assenza di motivazioni convincenti.
Attenzione: queste politiche sono basate su leggi europee, quindi sono una noia per store americani come lo stesso Amazon, che non ne ha alcuna colpa, e che anzi si ritrova esso stesso danneggiato in quanto venditore. 
Aggirare un regolamento europeo per i mercati europei è difficile anche per loro e i miglioramenti proponibili per il futuro sono l'eliminazione del diritto di recesso per i file digitali a basso costo, per tagliare le gambe ai furb... agli stronzi che leggono e restituiscono.
Per il momento, i tecnici possono solo segnalare le lamentele al dipartimento legale, nell'attesa che la politica sui rimborsi venga modificata.
Lamentele che non sono certo poche. Se tutti gli autori che pubblicano in Italia fossero anche capaci di inviare un feedback via mail, probabilmente faremmo prima a modificare il regolamento. Purtroppo, a vedere dai social, ci sono geni della narrativa che non capiscono nemmeno dove si trovi il modulo dei contatti all'interno del proprio account. Ma immaginiamo che per i libri di questi ultimi la richiesta di rimborso per scarsa qualità sia giustificata.

sabato 29 ottobre 2016

Terra ribelle


L'uomo non muore per il terremoto, ma per i danni delle e alle opere dell'uomo.
In questi ultimi mesi l'Italia è stata ferita a più riprese e, per quanto la nostra penisola sia consapevole di essere altamente sismica, non è possibile "abituarsi alla morte innaturale."
Il terremoto è naturale, non lo sono le conseguenze relative alle costruzioni delle civiltà.
Il lato naturale del terremoto che più spaventa l'uomo, però, è che, al di là dei sismografi, non si può prevedere come altri fenomeni che ci permettono di fuggire in anticipo, come un'alluvione, per esempio (anche se non sempre è possibile pure in quest'ultimo caso).
Il terremoto toglie le basi da sotto i piedi ai noi bipedi anche troppo civilizzati.
Oltre alla narrativa, per ovvie ragioni di spettacolarità, pure il cinema di fantascienza ha indagato su questa paura, con film catastrofici e post apocalittici.
Uno dei più celebri è sicuramente "Terremoto", di Mark Robson (1974): sfruttando la sperimentazione sul sistema audio Sensurround, con le sue basse frequenze, faceva tremare le poltroncine della sala cinematografica, trasmettendo nello spettatore un effetto realistico.
Ma, come per tutto quanto riguarda la fantascienza, il fulcro si è spostato nel presente, e le moderne narrazioni hanno trovato spazio nei palinsesti tv che spettacolarizzano i drammi in diretta.
Cosa c'è di civilizzato negli sciacalli che approfittano degli averi dei terremotati o negli autori di selfie che scelgono come sfondo le macerie?
Un libro o un film veicolano sempre un messaggio, sondano la psiche umana e portano l'uomo a riflettere sulle conseguenze delle sue azioni, mentre quanto descritto sopra non è altro che mera strumentalizzazione e stupidità incivile, palese senza troppe riflessioni o analisi psicologiche.
Peccato che i fenomeni naturali non possano selezionare la specie individuando solo determinati soggetti. Ma in futuro, chissà... grazie  un'invenzione umana...

domenica 23 ottobre 2016

Emozioni fantascientifiche


Quando ho deciso di togliere dal cassetto "Il ritmo delle stelle" e "Kabaa delle caverne" già sapevo di non dovermi aspettare troppo da questo progetto, e difatti l'ho presentato ai blog dichiarando in partenza che ero pienamente cosciente del fatto che la SciFi Romance non funziona.
Le statistiche dimostrano che la maggior parte degli uomini non legge rosa e la maggior parte delle donne non legge fantascienza, figurarsi il derivato né carne né pesce. Volevo solo scoprire quanti sono gli uomini che leggono romance e quante le donne che apprezzano la fantascienza.
Tutto sta nell'emozione.
Gli uomini sono più orientati verso il razionale e il tecnico, le donne nell'istintuale ricerca del coinvolgimento emotivo. Sempre a livello statistico, poi ci auguriamo - come per ogni cosa - che al mondo vi siano eccezioni.
La fantascienza è tecnica, fredda, e di conseguenza non genera emozioni. Questo deve essere l'assioma pregiudiziale che si impossessa delle lettrici; i lettori tendono invece a ritenere il romance sdolcinato e svenevole in toto, e lo rifuggono di conseguenza.
Perché allora non succede con i film, i telefilm, i fumetti o i supereroi in generale? Solo perché sono più accessibili al grande pubblico? No, semmai perché gli effetti speciali destano stupore nello spettatore, e lo stupore è emozione.
'Disumano' (disumanizzante), 'alieno' (alienazione) sono due termini cardine della fantascienza così come della protesta sociologica a essi correlata, e sono ovviamente associati a qualcosa di 'altro da noi.' Basta però che questi temi vengano collegati alla nostra storia, alle antichità, ai misteri e all'archeologia ed ecco che la fantascienza è percepita come thriller, dunque cadono i pregiudizi.
Rispetto a qualche decennio fa, ci sembra ormai che la fantascienza abbia già detto tutto, perché è rimasto poco da scoprire, meglio ripiegare sul fantasy o il paranormal, tanto la fisica sta dimostrando che questa trovata o quest'altra saranno per sempre impossibili.
Paradossalmente, però, abbiamo anche imparato che ogni conoscenza può essere rivista, per cui l'ignoto potrà acquisire in ogni tempo il senso del meraviglioso.
In questo senso, perché un viaggio all'indietro nel tempo dovrebbe essere meno emozionante di un'indagine contemporanea fra le piramidi egizie? Perché sondare le emozioni di qualcuno di molto diverso (o lontano nello spazio-tempo) da noi dovrebbe apparire prevedibile e sdolcinato?
Un'emozione è sempre un'emozione, qualsiasi etichetta le attribuiamo per evidenziarla o per nasconderla a scopo di marketing. Non vi pare?

sabato 22 ottobre 2016

Fantasticare


Fra le schede in alto, ho deciso di aprire una sezione dedicata anche ai post inerenti la fantascienza e tutto quanto ruota intorno al mondo dei libri SciFi. Come quella relativa alla scrittura, ora come ora non è fornita, ma mi auguro prossimamente di aggiungere nuovi contenuti.

venerdì 14 ottobre 2016

Il self publishing nel 2016


Siamo nel 2016, e ancora sui social c’è un gran discutere intorno alla questione self. A dire il vero non capisco come mai, perché erano temi che trovavo giusti fino a qualche anno fa, e in certe discussioni non si fa altro che arrivare sempre a delle non-conclusioni.
Cos’è il self publishing? Il self è l’autopubblicazione in assenza della mediazione di una casa editrice.
Perché parlo di "qualche anno fa"? Be’, perché all’epoca c’erano case editrici che pagavano con anticipi a tre o quattro zeri; i contratti erano supervisionati da agenzie di rappresentanza legali, effettive, e non da talent scout o aspiranti editor che si improvvisavano impresari; il percorso dell’autore era seguito passo passo da professionisti del settore che venivano retribuiti altrettanto bene. Si dava davvero il meglio. Se un lavoro era valido, o se lo era un autore, il modo di arrivare alla grossa pubblicazione, seppur a seguito di una lunga gavetta, prima o poi si trovava, tanto più con i piccoli editori (non a pagamento, ovviamente!).
In questo senso, c’è stato un periodo intermedio in cui il self publishing era davvero quanto gli viene ancora oggi imputato: una scappatoia per chi non era ancora pronto e veniva rifiutato.
Sin dall’inizio, il self non ha avuto filtri, e il mercato è stato invaso da pubblicazioni di dubbia qualità che hanno finito per disorientare il lettore e saturare il mercato.
Questo perché nel frattempo è subentrata la crisi, e i prezzi più bassi del self, possibili perché non c’era più da cedere percentuali agli editori e alle agenzie, hanno spinto molti lettori a fidarsi pur di risparmiare, nonché a buttarsi su opere che poi non li soddisfacevano.
Alla fine il lettore non si è fidato più, e ha dato per scontato che il self fosse spazzatura in toto.
La crisi però ha operato un altro cambiamento, stavolta in direzione contraria.
Gli anticipi a tre o quattro zeri non erano più possibili, tanti autori competenti si sono adattati per hobby, tanti altri sono scomparsi nel nulla per dedicarsi a qualcosa che portasse sul serio il pane; infine ne sono usciti altri ancora, disposti a tutto pur di raggiungere il sogno della pubblicazione con casa editrice nel minor tempo possibile e soprattutto col minor sforzo possibile. Senza dare più il meglio.
L’abbassamento generale della cultura, in riferimento alla sfera della lettura, che in Italia è ai minimi storici, ha tolto i mezzi a molte persone per distinguere i prodotti di qualità da quelli mediocri, e le case editrici col portafogli vuoto hanno capito subito che selezionare fra i self quelli che più vendevano, o più si auto compravano, o più compravano recensioni false, avrebbe potuto farli risparmiare, rispetto a quando ingaggiavano i professionisti. Tanto nessuno si sarebbe accorto di niente. Nessuno (o quasi) avrebbe notato la differenza fra l’editing di uno stagista inesperto e a titolo pressoché gratuito (sì, perché la crisi ha investito le redazioni per intero, non solo in riferimento agli autori) da quello di un editor con vent’anni di lavoro alle spalle, né tanto meno gli autori smaniosi di postare su Facebook lo still di una firma si sarebbero messi a raccontare che avevano in conto solo un misero forfait o giù di lì (quando andava bene).
Avanti così... Anche perché per molti vale ancora il pregiudizio per cui se un lavoro è pubblicato da una casa editrice è per forza di riguardo; senza contare l’ammorbidimento della potenziale stroncatura nel caso la persona che sta parlando della spazzatura voglia essere pubblicata un giorno da questo editore con cui collabora.
Ne esce fuori un circolo vizioso in cui, invece, chi vuole vedere qualche spicciolo a fine mese e intende scrivere quello che gli pare al di là di trend e commissioni che portano a poco o a nulla, difficilmente si staccherà mai dal self, soprattutto se già ha provato i fasti di epoche geologiche passate e può gestire il lavoro da sé (o con l’aiuto di altri freelance per quanto riguarda la ‘confezione’ definitiva).
Ovvio, una larga parte di queste pubblicazioni è nel caos più totale (così come le case editrici, del resto), ma non sono certo l’errore di battitura o la ripetizione che sfuggono a tutti a decretare la non validità di un testo letterario, quanto la struttura e lo stile generale, e io ho letto numerose pubblicazioni self in cui si sente benissimo che dietro ci sono mani esperte (dell’autore e/o dell’editor), mentre tante uscite con marchio lasciano ormai con gli occhi spalancati per l’orrore a partire dall’estratto gratuito. Non parlo volontariamente di idee geniali perché, se un tempo era apprezzata l’originalità, in quest’era instabile le trame ripetitive e scontate sono per molte persone più rassicuranti e non possiamo farne loro una colpa. In questo senso sta all’autore scegliere cosa vuole e cosa si sente di fare.
In definitiva, così come all’autore spetta la scelta di quello che preferisce fare, il lettore avrà sempre più la responsabilità di valutare toccando i libri con mano (o l’estratto digitale sugli store), perché non ci sono più filtri o garanzie che offrano certezze sulla qualità, se non la lettura stessa (ma già la presentazione e l’incipit potrebbero bastare).
Questo porterà la gente a leggere sempre meno?
Può darsi... ma la gente leggerà sempre meno comunque. I poemi in esametri non vanno più un granché, così come le viole da gamba o le videocassette in VHS. Bisogna farsi una ragione di queste minoranze.

mercoledì 12 ottobre 2016

Scrivere


Fra le schede in alto, ho deciso di aprirne una dedicata ai post inerenti la scrittura e tutto quanto ruota intorno al mondo dei libri e degli ebook. Al momento non è ricchissima, ma spero col tempo di poter aggiungere nuovi contenuti.


martedì 11 ottobre 2016

Il 1° capitolo di "Il ritmo delle stelle"


TRACK 02

Manàs schioccò le dita.
La plancia era immersa in un’oscurità blu elettrica che favoriva la concentrazione.
Le frasi concitate provenienti dalle postazioni di comando gli arrivavano ovattate e i gesti dei ragazzi come distorti da uno zoom.
Accoccolato contro la paratia di fondo, chiuse le palpebre e trasse un profondo respiro.
La musica lo invase.
Se ne stava lì, accucciata in un angolo della mente, pronta per essere orchestrata dagli schiocchi reali: prima qualche accordo ritmato del piano, un po’ stridente, un po’ malinconico, poi, a poco a poco, l’intrusione della chitarra, del basso e di quella batteria che si sovrapponeva ai colpi delle dita, ossessiva e regolare, come il respiro.
Manàs cantava. Dentro di sé. E la voce interiore esprimeva tutto quello che lui non avrebbe potuto esternare a parole, impedito dalla sua natura.
Adesso la musica era più energica, prepotente, gli si era aggrappata ai muscoli e ai nervi, pronta per ferire il nemico.
Riaprì gli occhi sui ragazzi e scrutò Felix mentre scorreva le schede alla console per le comunicazioni, rinvolto nella casacca marrone. La lunga treccia incanutita anzitempo equilibrava il profilo aquilino fisso sullo schermo, e seguiva gli scatti del corpo magro e slanciato.
«Eccola!» proruppe Felix, fermandosi sul volto di una giovane anonima e spenta come tutti i ‘dormienti.’ I capelli lunghi, castani, gli occhi nocciola, il sorriso stirato da una forzatura invisibile. «Melissa S. Euromediterranea. Cronista. È lei.» Felix si piegò sul sedile e si voltò per guardarlo. «È in stazione. Ci siamo. L’hai bene in mente?»
La troverò, gli rimandò Manàs, con quella mente appena invocata sempre piena di note.
«Però...» squittì Felix, chiudendo la scheda. «Carina!»
«Ha parlato l’esperto...» esclamò Noah, atonale, dalla postazione tattica. Le rade treccine nere sparse sulle spalle, il naso all’insù perpendicolare al mento, da bambino capriccioso, la tuta di latex che lo fasciava da capo a piedi. «Ci siamo quasi» aumentò il volume della voce. «Mantenere la rotta.»
«Ho potenziato la forza dei segnali sulla rete di trasmissione» riprese Felix, uno scatto in piedi, verso Noah. «Nessuno ci sta chiamando né analizzando.»
«Diagnosticato l’hangar minore» ribatté l’altro, che rivolse gli occhi celesti a Manàs dopo una rapida scansione. «Quanti invasori potrebbero esserci dentro?»
Due, tre al massimo, e la musica procedeva.
«Ti sentono?» Ruth. Se ne stava in piedi davanti a lui, alta e sinuosa, spavalda, fasciata in una tuta di latex come quella del fratello Noah. Gli occhi celesti sovrastati dalla frangia nera, le labbra carnose piegate in un sorriso canzonatorio. «Hai bisogno dell’aiuto di Lotte?»
Di tutti, le inviò, dosando astio e fermezza.
La piccola Lotte gli si intrufolò fra le braccia e nella mente: Quella canzone, ancora, la forza del pensiero in crescita, lo sguardo altero e tagliente come quello della madre, il vestito di cotone a fiorellini che la faceva apparire come appena alzata da un lettino caldo e accogliente; la bambola a pezzi stretta fra le braccia, senza capelli, senza un braccio, devastata quanto loro.
E gliela riversò dentro, la canzone, mentre il volume diveniva amplificato, all’immagine della stazione sui monitor: la 7, in orbita intorno alla Terra. Due menti, due voci, un’unica canzone. Gli altri tre non erano capaci di ripeterla. Troppo concentrati sul contingente, troppo presi da quanto stava per succedere, dalla paura, dall’ansia.
Troppo umani.
«Entriamo in orbita.» Noah. «Attrazione gravitazionale in atto.»
«Merda, Manàs!» ringhiò Ruth, passi nervosi in un fazzoletto di plancia impediti solo un poco dagli scossoni. La coda di cavallo che le si dimenava sulla nuca. «Ma cosa ti sei messo in testa? Potevamo anche farne a meno. E se non ci riusciamo?» Le braccia piene di tatuaggi, allargate, lo sguardo invasato dagli spettri dei compagni caduti. I sintomi del nervosismo che si facevano evidenti nei guizzi dei muscoli e nel tremito delle palpebre. «Se non ci cascano? Se ne arrivano troppi?»
Silenzio.
«No, io zitta non ci sto» insisté lei, sopra il mutismo degli altri. «Tre evasi, una traditrice e una bambina! Pensi che ci mettano molto a identificare la navetta e a farci fuori?» Lanciò gli occhi al cielo e sbatté le mani sulle cosce, sfiatando come un toro. «Lei e i suoi proclami del cazzo!»
La batteria che incespicava, e il brano che ripartiva, al sussulto di Lotte.
Durerà quanto basta.
«Oh caspiterina!» Felix drizzò la schiena di fronte al portello dell’hangar che si apriva. Gli occhi spalancati, la bocca pure. «Ci aprono» annunciò giubilante. «Ce l’hai fatta, Manàs!»
«Attivo il campo di forza dall’interno mentre atterriamo» gridò Noah, concitato. «Così usciamo senza attendere la chiusura del portello d’attracco.»
Continua a cantare, una mano sui capelli di Lotte.
La coercizione sui responsabili della sicurezza dell’hangar stava funzionando.
Ruth caricò il fucile e si accostò allo sportello di apertura, seguita da Felix.
Noah terminò ogni procedura e lasciò i dispositivi in stand by. Poi, rapido, si unì agli altri.
Le dita schioccavano ancora.
Manàs si alzò in piedi, lento, più lento della musica, e Lotte corse a nascondersi dietro una poltroncina.
Lo sportello si aprì con uno sfregarsi di lamiere da sgretolare l’anima e Ruth si affacciò per prima, il fucile laser puntato davanti a sé.
I compagni sgusciarono all’esterno e Manàs ritmò i passi che lo separavano dall’uscita.
Due invasori se ne stavano accasciati ai piedi della console di controllo. I capelli gialli e unti dietro la nuca, la pelle cerea, le uniformi nere come le loro anime. I denti che digrignavano su quel rumore che non riuscivano a sopportare, concepire, contrastare, che li sconquassava, li dilaniava, imbestialiva.
Manàs s’incamminò verso l’apertura per l’interno della stazione. Qualche semplice comando sul pannello. Uno sguardo al di là: via libera!
Udì solo distrattamente i laser dei compagni che vomitavano sugli invasori.
Adesso la musica poteva interrompersi, ma solo per poco.
Bisognava sbrigarsi. Gli invasori li avrebbero attaccati a breve.
Avrebbe dovuto concentrarsi su un altro tipo di coercizione. Quella su un essere umano.
Meno istintiva e immediata, perché la musica non sarebbe servita a niente. Ma più semplice, da un lato, perché sarebbe andato a insinuarsi in un canale assuefatto da duecento anni di dominazione aliena.
Vado a prenderla.
«Ti copro le spalle.» Ruth, secca e decisa.
Daremmo troppo nell’occhio. Rivolse a tutti e tre uno sguardo severo, lasciando cadere a terra il fucile. Restate qui e sparate su chi entra.
Poi, poggiò una mano sulla pistola laser nella fondina applicata ai pantaloni, ed entrò nella tana del mostro.

***

Melissa s’incamminò per la passeggiata di banchi e vetrine che, separata dall’ampio atrio centrale da un colonnato metallico, circumnavigava tutta la stazione spaziale.
Il lungo corridoio ricurvo brulicava di persone, dagli esseri umani che transitavano per i negozi e sbucavano dagli elevatori provenienti dai ponti inferiori, a loro assegnati, agli stranieri che battevano l’area e, speculari, piombavano dagli elevatori in alto.
L’accesso ai ponti superiori era negato agli umani, tranne che per rare eccezioni, fra le quali lei stessa, cui era consentito conferire con gli stranieri.
Il subcomandante dagli occhi di ghiaccio la aspettava per quelle foto segnaletiche su cui scrivere l’articolo per il giorno successivo. Le immagini riguardavano alcuni evasi dalla stazione 11, statica nei pressi dell’orbita di Giove, che avevano fatto baruffa nel mese appena trascorso. Niente di non risolvibile dagli stranieri. Un mucchietto di disadattati già decimato. Ma era giusto che la popolazione conoscesse l’identità dei superstiti, compresa la lurida volta-bandiera e la figlia di lei a cui si erano uniti nel corso del tragitto.
Passando davanti al banco dei cioccolatini ripieni, ricordò che il subcomandante ne andava ghiotto, dunque sarebbe stato utile portargliene in dono un vassoio. Ultimamente gli aveva scorto una strana luce nello sguardo, e i suoi familiari le ripetevano spesso di continuare a sbattere le ciglia. C’era il caso di ritrovarsi protagonista della prima unione ufficiale interraziale.
Solo per un breve istante rifletté sul fatto che non ne conosceva nemmeno il nome. Non conosceva il nome di nessuno di loro. Neppure come denominavano la loro stessa razza. Loro li chiamavano “stranieri”, e tanto bastava. Gli stranieri non parlavano. Comunicavano col pensiero: inviavano e leggevano. Tutto molto semplice e poco faticoso. Quasi quasi Melissa sperava che mutassero anche gli umani e si adeguassero ai comportamenti alieni. Sarebbe stato superiore ed evoluto.
C’era stato un tempo, più di duecento anni prima, in cui gli uomini si erano dimostrati restii ad accettare il nuovo stile di vita. Melissa se ne stupiva. Stando ai resoconti, ogni cosa allora appariva semmai molto più precaria e disordinata.
Si era scatenata una guerra. Di breve durata, date le scarse risorse umane rispetto a quelle aliene, ma qualcuno si era ribellato, e gli alieni erano stati costretti a uccidere tutti gli oppositori. Sembrava fossero stati molti.
Adesso il numero di umani e di alieni all’interno del sistema solare quasi si equivaleva, poche decine di migliaia, ma ormai sulla Terra vivevano solo gli stranieri, per sfruttare le risorse simili a quelle del loro pianeta d’origine, non più sufficienti a tutta la popolazione.
Niente di che. Molto più sicura e pulita la vita sulle stazioni.
I coloni venivano da fuori, una galassia non troppo lontana dalla Via Lattea, nessuno sapeva di preciso da dove, ma poco importava, dato che avevano deciso di dislocare le stazioni assegnate agli umani superstiti nei pressi dei pianeti del sistema solare, da dove nessun umano era ancora uscito prima dell’arrivo degli stranieri.
Melissa afferrò il pacco di cioccolatini e porse le monete alla commessa, aprendo un sorriso cordiale che la riempì di gioia dall’interno.
Stava bene alla stazione 7. Conosceva tutti da sempre, giacché la sua famiglia, di origini euromediterranee, vi si era stabilita da ben sei generazioni.
Erano orgogliosi di lei che, con studio e sudore, era arrivata a guadagnarsi l’appellativo di “firma più blasonata del regime.”
Gli umani avevano bisogno di parole, di storie, di fatti da raccontare. Gli alieni non ne erano in grado, atti a esprimersi solo con la mente, per cui le professioni come la sua si erano rivelate da subito fra le più soddisfacenti e remunerative. Certo, non era da tutti arrivare ad alti livelli, ma negli ultimi decenni il settore si era eclissato, e ormai non c’era tantissima concorrenza. Lei aveva approfittato dell’occasione, ce l’aveva fatta, e ne andava fiera.
E poi si divertiva a narrare le gesta di quegli uomini forti e decisi che riuscivano sempre nei loro intenti; il modo in cui si prodigavano per il loro benessere, per il loro futuro, per la loro difesa, era un omaggio d’amore ai suoi stessi simili.
Per questo non capiva come mai alcuni umani continuassero a ribellarsi, dopo tanto tempo.
Si trattava perlopiù di orfani privi di guida, slegati dagli insegnamenti degli stranieri e delle famiglie integrate al sistema, rifiuti della società... bastavano le prigioni per tenerli a bada; ma talvolta si verificavano piccoli incidenti – come quello appena avvenuto alla stazione 11 – che le riportavano alla mente quanto fosse strambo il modo di comportarsi di chi non si accontentava di avere una casa e del cibo.
Volevano emergere? Che lo facessero con studio e dedizione, come aveva fatto lei!
S’incamminò verso l’elevatore, sospirando, gli occhi fissi sul pacco di cioccolatini. Il brutto degli stranieri era che conoscevano solo l’istinto alla riproduzione, niente sentimenti, mentre lei fantasticava di farsi capitolare ai piedi il bel subcomandante dagli occhi di ghiaccio. Niente squame o antenne come raccontavano quei buffi romanzi antichi. Erano molto simili a loro. Però erano tutti belli, tutti biondi, gli uomini e le donne straniere, forse con le labbra un po’ troppo sottili e arcigne, ma il suo subcomandante era il più affascinante, e lei era intenzionata a non deludere i suoi familiari. Il battito di ciglia le sarebbe bastato per ottenere quanto voleva. Forse la sua devozione e determinazione l’avevano mostrata forte e desiderabile agli occhi di lui. A quanto pareva non c’erano ancora ibridi in giro, ma non fosse stato mai che...
Salì sull’elevatore, vuoto, e premette sul pannello i comandi per il ponte in cui avrebbe dovuto incontrare il subcomandante. Si diede una sistemata allo specchio, pettinò i capelli con qualche rapido tocco delle dita, stese sul seno la semplice e linda veste bianca che aveva indossato quel mattino, e pensò che, se lui avesse voluto tentare un approccio, la telepatia gli avrebbe rivelato che non c’era resistenza. Tanto meglio. Lei era lì per soddisfare ogni sua richiesta, lavorativa e non.
Uscita dall’elevatore, s’immerse nell’usuale silenzio che pervadeva le aree abitate dagli stranieri e si sentì avvolgere da un bozzolo di serenità. La calma e la spensieratezza le arrivavano dritte al cervello dalle menti aliene, e Melissa rivolse loro un muto ringraziamento per il dono incommensurabile che le porgevano ogni giorno.
Ma, mossi alcuni passi, notò che qualcosa nell’ordinaria percezione stava cambiando.
C’era una sensazione strana, come di timore, fastidio, dolore, che le giungeva da lontano e le solleticava la bocca dello stomaco.
Si diede un’occhiata intorno. Non c’era nessuno.
Camminò ancora, in direzione dell’ufficio del subcomandante, cercando di capire da dove provenisse quello strano sentore.
Le porte erano chiuse, nessun rumore, nessun richiamo mentale, solo una sorta di presagio che serpeggiava da lontano, come se le menti aliene stessero avvertendo qualcosa di sbagliato, che li stava mettendo all’erta. Finché si era ritrovata ai piani inferiori, non l’aveva sentita. Era arrivata così, d’un tratto, senza un preavviso.
E fu allora che cominciò a udirla, di sottofondo, piano.
Cos’era?
Un rumore bizzarro, suoni che non aveva mai ascoltato prima. Qualcosa di amalgamato in maniera anormale e ossessiva che riempiva la testa e il corridoio.
Un altro rumore, più carnale e presente, la fece voltare verso l’interno di una stanza. La porta aperta, uno straniero accasciato sulla moquette con il capo fra le mani. La luce diffusa contrastava con il panico aggrappato allo stomaco.
«Cosa sta succedendo?» Gli corse incontro, il pacco di cioccolatini che rovinava per terra. «Cos’è questo rumore?»
Lo straniero alzò gli occhi su di lei, i denti digrignati come se qualcuno gli stesse infliggendo colpi invisibili, come se perfide unghie ribelli stessero graffiando una superficie dura e liscia chiusa nella sua testa. La sicurezza, quasi un sibilo fra le labbra contratte. Me le frasi erano in realtà solo nella mente. Alla sala tattica!
«E dov’è?» chiese lei, confusa e impacciata. Incapace di reagire senza la salda guida di menti tranquille intorno a lei.
Ma lo straniero era talmente ripiegato e concentrato su se stesso che non le arrivava niente da lui. Erano quei rumori a dargli fastidio? Stavano torturando anche i membri della sicurezza? Non c’era nessuno in grado di difenderla da quell’insolito fenomeno?
Melissa si sentì cogliere dall’ansia. Sperduta e abbandonata, senza una protezione, immersa nel vuoto, in quei rumori assurdi.
Eppure lei non stava avvertendo nessun dolore fisico, solo quello mentale trasmessole dagli stranieri. Niente unghie su superfici dure e lisce chiuse nella testa, niente ferite inferte da colpi invisibili.
Corse di nuovo nel corridoio, ansimando per l’apprensione, e imbucò la strada per l’ufficio del subcomandante.
Quando il rumore, improvvisamente, cessò.
Notò un paio di stranieri ancora sdraiati a terra che stentavano a riprendersi, e subito un nuovo sentore le avvolse le membra, stordendola.
Questo era più familiare, disteso, comprensibile, noto.
Ne seguì la scia, come rapita, dimenticando la rotta che si era prefissa.
Scavalcò un corpo a terra, curvò un paio di volte e s’incuneò in un corridoio stretto e buio. Alcuni comandi sulle paratie laterali, luci intermittenti, sfrigolii di cavi e pannelli, le suggerirono che si stava inoltrando in zone riservate al personale militare, ma continuò a procedere verso quella voce che la stava chiamando a sé.
Perché era quello, che voleva la voce. Voleva che lei si recasse lì, dove la stava reclamando. E lei avrebbe ubbidito, come sempre faceva per gli imperativi della mente aliena.
Melissa...
Si sentì meglio, a casa, di nuovo, perché era così che doveva essere, così doveva andare. Forse era lui, il suo subcomandante dagli occhi di ghiaccio, anche se il suono del pensiero non gli somigliava moltissimo; presto le sensazioni spiacevoli sarebbero sfumate, riportandola su un piano abitudinario.
Melissa camminò, e camminò ancora, finché non le si parò davanti un corridoio morto, dove uno straniero, a terra, si stava rialzando a fatica, una mano alla tempia.
Gli occhi gelidi dello straniero si posarono prima rabbuiati su di lei, poi si voltarono di scatto verso un passaggio sulla destra, e Melissa lo vide portare una mano alla cintura, per estrarre il laser.
Ma una canna sbucò dall’apertura e una striscia rossa lo atterrò.
Il taglio del laser all’altezza della gola.
Il sangue trasparente alieno che si riversava sulla moquette del corridoio come acqua. Pulito. Silenzioso. Quasi invisibile. Ma reale.
Le mani di Melissa a coppa davanti alla bocca, per fermare il respiro, il rumore, il movimento.
Perché? Perché gli avevano sparato?
Vieni.
E più forte...
Corri!
C’era anche dell’altro, frasi più lunghe di senso compiuto, ma le arrivavano al pensiero confuse; emergevano solo quelle brevi espressioni concise e dirette, lucide, quasi che la voce non fosse in grado di trasmetterle di più, con più chiarezza. Forse perché spaventata. Percepiva nervosismo, lì vicino.
Veniva dalla canna? Al di là dell’apertura? Qualcuno che aveva sparato a un suo stesso simile? Non capiva più niente. Si sentiva inebetita. Bloccata. Svuotata. Non poteva scappare. Non riusciva a muoversi. Non voleva esistere.
D’un tratto il nervosismo a lei esterno si fece impazienza, e Melissa fu costretta a muovere ancora qualche passo, mentre una sagoma si delineava fra le ombre, nell’apertura, della paratia e della mente.
Andiamo!
Melissa trattenne un sussulto. Davanti a lei c’era una figura alta e slanciata, ma ben piazzata, di maschio. Ricoperto di latex nero, pantaloni aderenti e maglia smanicata, stivali al ginocchio, cinghie e custodie per le armi penzoloni qua e là, appariva completamente diverso da qualsiasi militare in uniforme lei avesse mai visto su quei ponti.
Una sola arma in mano, quella che aveva sparato sullo straniero.
Adesso puntata su di lei.
Melissa sentiva che lui non voleva farle del male.
Ma era proprio quello a spaventarla di più.
Insieme agli occhi: di ghiaccio, come quelli del subcomandante. Però marroni.
E al posto dei lisci capelli biondi c’erano ricci castani che si sfilavano a mano a mano che la lunghezza glieli faceva ricadere dietro la schiena, la pelle olivastra e le labbra carnose. Segni di bruciature su una guancia.
Mentre continuava a gridarle con il pensiero: Corri!
Quello era un euromediterraneo, come lei. Non poteva essere uno straniero. Non era possibile che le stesse trasmettendo pensieri come un alieno.
E tuttavia si sentiva trascinare in avanti verso quella voce, quella testa, quegli occhi freddi ma profondi, quel corpo che camminava all’indietro, quasi molleggiando, a scatti, facendole cenno di seguirlo con un lieve movimento della mano libera. Lo sguardo alternatamente dietro la spalla e su di lei.
Dove la stava portando? Perché? Cos’era successo? Cosa stava succedendo?
Melissa non riusciva a darsi una risposta, né a frenare le sue stesse gambe al seguito della figura misteriosa.
Infine, l’allarme prese a urlare per tutta la stazione, e mille fanali rossi le lampeggiarono attorno e nel ventre, quando lo straniero non-straniero, con una mossa quasi impercettibile, le passò un braccio intorno al collo e se l’attirò di schiena contro il petto, continuando a camminare, stavolta in avanti.
Melissa avrebbe voluto gridare, difendersi, ma la mente e il braccio di lui non glielo permisero, anche se la voce stava cominciando ad assopirsi, il contatto ad allentarsi, e quel suono lontano, anormale, distante, riprendeva fra le grida.
Rumori dietro l’angolo. E lui che, sgusciando passo passo lungo la parete metallica, continuava a stringerla a sé, senza farle male.
Arrivavano i richiami dalla testa dello sconosciuto, arrivava quell’altro suono, e colpi e voci dall’hangar. E lei non capiva cosa fosse quel rumore ossessivo, come mai i segnali telepatici di lui si stessero facendo sempre più deboli. Forse perché era spaventato, confuso, si stava concentrando su... era da lui che arrivava l’altro suono, quello ossessivo!
Melissa ingoiò un singulto quando si vide catapultare all’interno dell’hangar, la pistola di lui puntata in avanti, l’altro braccio ancora intorno al collo.
C’erano tre umani, lì dentro. Nordeuropei, a vedere dai tratti del volto.
«L’hai trovata?» chiese una donna, dura.
E cinque o sei stranieri per terra.
Li avevano uccisi tutti?
Le sfuggì un grido, e l’euromediterraneo la sospinse verso una navetta lì attraccata, la presa salda intorno a un suo braccio.
«Muoviamoci!» disse qualcuno, una voce maschile. Parlavano tutti il linguaggio comune standardizzato. «Se si è concentrato su di lei avrà allentato la coercizione e ne staranno arrivando altri.»
La “coercizione”?
Non fece in tempo a sentirsi spingere all’interno della navetta, dibattendosi e gridando inutilmente, che gli spari dei laser presero a rumoreggiare all’esterno.
Ma inutile fu anche sperare di scendere, perché lo sportello si richiuse con tutti e tre i nordeuropei e l’euromediterraneo a bordo.
L’istinto la spronò ad aggrapparsi allo sportello, serrato, mentre un tizio con le treccine nere si sedeva a una postazione e gridava alla donna: «Attiva i propulsori, Ruth!»
«Ricevuto!» replicò l’altra, che ansimava e sudava come una bestia.
Lui scoppiò a ridere, indemoniato. «Disattivato il campo di forza.»
Melissa si sentì gelare e si voltò verso lo schermo in tempo per vedere alcuni stranieri che venivano risucchiati nello spazio dall’apertura dell’hangar. Quegli umani erano dei mostri!
 «Chi siete?» gridò, si sentiva sul punto di piangere. «Cosa volete?» tentò ancora. Ma nessuno sembrava darle ascolto, mentre l’immagine di una bambina che sbucava da dietro un sedile la paralizzò, riportandole alla mente quei pochi dati che aveva a disposizione: tre adulti, una lurida volta-bandiera, una bambina. Le uniformi in latex... «Siete gli evasi?» sbottò, terrorizzata. Il subcomandante ancora non le aveva mostrato le foto segnaletiche, ma ormai era certa che fossero loro. E, intrappolata lì dentro, quel gruppo di disadattati le parve meno gestibile di quanto aveva ritenuto in precedenza. «Siete quelli della stazione 11?» chiese. «Cosa volete da me?»
Ancora una volta nessuno la considerò, e quel suono, quello ossessivo e sconosciuto, ripartì dalla mente dell’euromediterraneo, che si era accosciato lugubre e scuro contro la paratia di fondo. Non diceva nemmeno una parola.
Cosa poteva inventarsi? In che modo avrebbe potuto difendersi da quei delinquenti?
«Rotta tracciata!» stava gridando “treccine-nere.” «Convogliare energia ausiliaria ai motori.»
«Ho disattivato i replicatori, Noah» ribatté quella Ruth, doveva trattarsi dell’ingegnere. Cosa volevano fare? Andare più veloci? Quella era una navetta aliena! Rubata, di sicuro. E già veloce quanto le loro, quindi. Ma perché gli stranieri non si sbrigavano a rincorrerli? «Regolati i controlli ambientali a metà energia.»
«Veicoli alieni in avvicinamento!» urlò quello magro con la treccia bianca. «Stanno dando energia alle armi.»
«Cazzo, Manàs!» gridò Ruth, girandosi verso l’euromediterraneo accucciato nel buio. «Non funziona?»
La bambina si accoccolò fra le braccia dell’uomo, Manàs... e il volume di quel rumore aumentò.
«Ma quanti sono, Felix?» Noah, treccine-nere.
«Almeno una decina di navette.» Felix-treccia-bianca si voltò con aria desolata. «Non credo che la musica basterà, stavolta.»
Musica? Aveva detto “musica”? Era quello il rumore che sentiva? L’illecito degli illeciti, la fomentatrice di passioni infuocate e deleterie? “Il dolore”?
«Procedure di difesa!» gridò Noah.
«O genero gli scudi o vado più veloce» ringhiò Ruth, muovendosi con scatti irrequieti. «Non c’è energia a sufficienza.»
«Allora corriamo!» rispose Noah, determinato. «Puntare le armi.» No! «Fuoco a volontà!»
Melissa vide due navi nemiche esplodere in rapida successione.
«Siamo a portata di tiro.» Ancora Noah. «Manovra evasiva!» Ancora quella... musica.
E gli stranieri che lanciavano siluri a vuoto.
«Non ce la farete mai!» urlò lei. E, mentre lo diceva, si rese conto che gli stranieri stavano puntando le armi contro di loro così come contro di lei. Se avessero mandato in pezzi la navetta, sarebbe saltata in aria pure lei stessa. Agli stranieri, quello, non importava?
Altre due navi nemiche esplosero, e un colpo scosse anche loro.
«Rapporto avaria!» strillò Felix, acuto.
«Un attimo! Ho perso il controllo del timone» replicò Noah, senza tuttavia risultare allarmato. «E i tubi di lancio dei siluri perdono potenza.»
«Tanto non ne abbiamo da sprecare troppi» borbottò Ruth. «Modifica la rotta appena puoi.»
«Ricevuto!» ribatté Noah. «Controllo di navigazione fuori uso ripristinato.»
«Convoglia altra energia ausiliaria, Ruth!» Felix.
«Certo, ne abbiamo da regalare» obiettò la donna. «Stiamo riprendendo velocità» osservò, più rilassata.
Melissa notò con orrore che le navi straniere sullo schermo stavano diventando sempre più piccole e distanti.
No, non poteva essere, non poteva finire così. Li avrebbero raggiunti, intrappolati in una rete di trazione e imprigionati. E lei sarebbe stata libera, sana e salva. Così il caro subcomandante dagli occhi di ghiaccio le avrebbe spiegato come mai avevano sparato addosso pure a lei.
«Sovraccarico finché siamo a portata dei sensori» sbraitò Ruth, di nuovo concitata. «Ma così ci disintegriamo. Ditemi quando posso ripristinare.»
Lo schermo vuoto.
«Non rilevo tracce» comunicò Felix.
«Bene» sbottò Noah. «Ripristina pure il sistema di navigazione, Ruth. Adesso dovranno localizzarci di nuovo. Faranno meglio a rientrare e riunirsi intorno a un tavolo.»
Melissa visualizzò l’immagine degli stranieri che si riunivano intorno a un’enorme scrivania per decidere il da farsi. Di solito non perdevano tempo con un esiguo numero di inutili ribelli, ma quelli apparivano particolarmente agguerriti e sanguinari.
Cosa ne sarebbe stato di lei? Nemmeno il subcomandante avrebbe indirizzato i colleghi verso un rapido recupero della loro “firma più blasonata”?
Non vedeva l’ora di assistere all’esecuzione dei criminali.
Avrebbe riso in faccia a quel Manàs, quando a digrignare i denti sarebbe stato lui.
Anche se nel frattempo era Felix a saltare di gioia, e un’odiosa espressione soddisfatta lampeggiava negli occhi celesti di Ruth e Noah.
«A cosa vi servo?» gridò ancora, esasperata. «Cosa volete? Dove stiamo andando?»
Si voltò per osservare Manàs. La musica era cessata. Lui si era rialzato, petto in fuori, un respiro profondo a labbra strette, accigliato, ricci agitati più di lui pur se raccolti da una fascetta intorno alla fronte; frattanto la bambina era corsa ad aggrapparsi alle braccia di Noah, scrutando i monitor, curiosa.
Manàs la fissò per qualche istante con espressione indecifrabile, poi guardò Ruth e fece un cenno col capo verso l’entrata della plancia.
Melissa non fece in tempo a seguire l’occhiata di rimando degli altri che si sentì afferrare dalle braccia di Ruth e spingere nello striminzito corridoio.
Un comando rapido su un pannello, sotto le sue grida rabbiose, e tutto le si chiuse intorno, bloccandola in uno spazio riempito da un paio di brande a castello.
Quella donna la sovrastava di almeno una quindicina di centimetri, e alle curve femminili si aggiungevano quelle dei muscoli.
«Vedi di rompere poco le palle» l’apostrofò. «Saprai tutto a tempo debito.»
L’istinto e l’astio la spinsero contro di lei. Cercò di afferrarle i capelli, di graffiarle quella faccia superba e beffarda, ma la donna esplose in una sarcastica risata e le rivoltò i polsi con una naturalezza sorprendente; poi la spintonò, sprezzante.
Melissa indietreggiò fino alla branda di metallo incastonata nella parete, il bordo le colpì l’incavo delle ginocchia, e fu costretta a sedersi, sotto lo sguardo minaccioso di Ruth.
«Ti consiglio di collaborare» sentenziò, «se non vuoi fare una brutta fine.»
Poi, la porta si richiuse, lasciandola lì.
Da sola.

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lunedì 10 ottobre 2016

Il 1° capitolo di "Kabaa delle caverne"


TEST 1 - IL SALTO

C’era un groviglio di arti, pelle e sangue, davanti a lei. Ma non aveva paura, nella fresca semioscurità del bosco. L’orso era ormai fuori combattimento e quell’uomo enorme lo stava finendo con una lancia, assistito dai compagni. Gli alberi li raccoglievano, la terra emanava odore di muschio, la belva rantolava, sopraffatta dagli ultimi colpi mortali. Una capra selvatica a fianco, rubata all’orso, beffa per preda e cacciatore.
Gli uomini lanciarono al cielo e ai rami grida gioiose e feroci, i capelli lunghi intrecciati da liste di cuoio, perizoma di pelle, linee di ocra rossa sul volto e macchie di sangue non loro. Sangue che arricchiva il potere dei guerrieri.
Poi, il più grosso si voltò. E la guardò.
Non c’era minaccia in quegli occhi dorati come la pelle e i capelli. Anzi, di occhi se ne vedeva solo uno, perché l’altra palpebra era chiusa, solcata da una cicatrice che si allungava fino a deturpare l’angolo delle labbra. Ansimava, e le spalle si alzavano e abbassavano rapide, ritmando il contrarsi del ventre e del petto, ricoperti da una leggera spolverata di peluria.
Un esemplare bellissimo. Perfetto. E quelle cicatrici, invece di abbrutirlo, lo rendevano più vivo, vissuto, forte... desiderabile.
Ebbe come la sensazione che lui le avesse letto quel pensiero nello sguardo, perché mosse alcuni passi verso di lei, in silenzio, il respiro sempre affannoso, i compagni che si allontanavano per concedergli il territorio; lei invece ne compì alcuni all’indietro, non per paura, ma per confusione. Solo che c’era un masso alle sue spalle, o un rialzo del terreno, appurò, appoggiandovi i palmi.
L’uomo gesticolò all’indietro. Forse le stava indicando il pasto che si era procurato, forse ribadiva la vittoria contro la belva. In ogni caso non smise di avanzare, fino a ritrovarsi a pochi centimetri da lei.
Era difficile non soffermarsi su ogni linea di quel corpo; impossibile non avvertire le scariche provenienti da quella pelle, da quel bacino che la spinse a sollevarsi sul masso alle sue spalle.
Ma lui non faceva niente. In quel momento era mezzo uomo delle caverne, mezzo gentleman che attendeva paziente il suo “sì.” Un gioco della natura e dell’uomo, che la esortava a cedere a quella danza dei fianchi di lui che si avvicinavano, portandola ad allargare le cosce.
E, sotto il primitivo vestito in pelle legato su una spalla, lei non aveva niente.
Lui prese un profondo respiro e premette il perizoma contro di lei, le braccia puntate sul masso ai suoi fianchi, lo sguardo fisso nei suoi occhi.
Le sfuggì un gemito al contatto con quella solidità primordiale, e si sentì ardere nel ventre e nel respiro, lasciandogli scivolare le mani dalle braccia alle spalle, incitandolo a premere contro di sé.
Si abbandonò con il collo all’indietro, strofinandosi contro di lui, e corse con le dita ai lacci del perizoma, per sfilarglielo.
Avrebbe voluto toccare quel capolavoro alpha, ma lui glielo appoggiò sul pube, come in attesa di un’ulteriore conferma di resa.
Desiderava prenderselo, farsi prendere, in un ballo naturale che non contemplava azione e sottomissione, generi, storia e sentimenti, ma solo la forza del creato che le bruciava dentro, a partire dal basso, in tutte le vene, alla vista di quel meraviglioso maschio a sua completa disposizione. Il sangue pompava, il cuore batteva forte, il respiro si faceva lamento d’impazienza, ed era una tortura muovere i fianchi per incitarlo ad andare avanti, a dissetarla, a placare quelle fiamme dolorose che la stavano facendo impazzire.
Ma, quando lui cominciò a strofinare la punta lungo l’apertura, le vene si riempirono di uno sfrigolio fastidioso, e lei lanciò un “no” al nulla, prima di ritrovarsi sul lettino del laboratorio.
Rallentò il batticuore e l’ansito, e controllò che l’abitino coprisse tutto; poi si voltò verso l’équipe al di là del vetro e cercò di leggere sui volti cosa avessero capito dell’accaduto, dato che l’avevano recuperata proprio in quel momento.
«Non so cosa mi sia preso» mormorò.
«Di cos’hai avuto paura, Eva?» sbottò il Dottor Chang, attraverso gli amplificatori della cabina. «Avevamo programmato al millesimo di secondo il momento del salto temporale, la belva doveva essere già fuori combattimento.»
Si guardò intorno spaesata, risollevandosi dal lettino. I compagni di squadra erano in attesa nella stanza accanto, convinti che il batticuore e il respiro accelerato fossero dipesi dalla paura.
Col palmo, fece loro cenno di aspettare, uscì dalla cabina e s’intrufolò nel camerino per togliere gli indumenti paleolitici e indossare il camice.
E ora?
Avrebbe dovuto riportare di preciso l’accaduto, da brava scienziata. Imbarazzante. Non sapeva come mai si fosse lasciata andare, all’improvviso, trascinata dalla forza della natura primigenia. Avrebbero capito. Avrebbero dovuto capire. Anche perché il solo ripensarci le stravolgeva i sensi. Non era sicura che si fosse trattato solo di uno slancio primitivo nel cuore del bosco. Quell’uomo le aveva fatto saltare il cervello in pochi secondi. Sarebbe stato difficile togliersi quelle immagini dalla testa e quelle sensazioni dalla pelle.
Si osservò a lungo nello specchio, per cercare di capire cosa avesse visto lui.
Eva si era sempre piaciuta, per quanto il suo metro e sessanta non la rendesse una top model, ma le curve stavano nei punti giusti, e il costume preistorico che le avevano affibbiato valorizzava ogni forma. L’abbronzatura e lo sport contribuivano all’insieme. Gli scarruffati capelli castani, come gli occhi, erano anonimi, ma la rendevano... selvatica. Forse avrebbe dovuto uscire in discoteca vestita così, rise fra sé, e sarebbe riuscita ad attirare tutti gli uomini persi per la fulminea e strepitosa carriera. Oppure le forme piene attiravano l’uomo moderno meno di quelli appartenenti a un’era votata alla fertilità.
Carriera che adesso la costringeva a spogliarsi e rivestirsi in fretta, i capelli da raccogliere – Toh! Questo è del cacciatore, potremmo studiarlo... – gli abiti asettici da rimetter su, per affrontare quella squadra di cervelloni internazionali di cui fino a prova contraria faceva parte pure lei. Un progetto grandioso e costosissimo, composto di tante persone, e lei era addirittura una dei fantastici cinque addetti alla cabina dei salti. Salti possibili da quando l’umanità aveva imparato a viaggiare più veloce della luce, e di conseguenza anche all’indietro. E il lettino nella cabina non era altro che un tunnel spaziale virtuale che distorceva e curvava il tempo nel modo richiesto dai comandi, combinandosi con il teletrasporto. Esperimenti iniziati oltre un secolo addietro con la quantistica, gli studi su particelle e antiparticelle, sulle radiazioni dei buchi neri, fino ad arrivare a itinerari su scala macroscopica.
«Non ho avuto paura» esordì, calma e fredda, nel raggiungere la saletta in cui gli altri si stavano radunando intorno al tavolo. Il piccolo Liu Chang ancora la osservava a naso arricciato e denti in fuori, quasi si attendesse chissà cosa. Ed era “chissà cosa.”
«No?» chiese Ole Andersson. Un algido slavato di un metro e novantotto che, per quanto vichingo, non si avvicinava molto a selvagge bellezze d’altri tempi. «Dunque dobbiamo ricalibrare i sensori.»
«Gli stimoli corporei vanno associati ai segnali cerebrali» interloquì Matthew Williams, sistemandosi gli occhiali sulla faccetta da topo nerd. «La prova è stata necessaria per averne conferma.»
«Vuoi raccontarci cos’è successo?» Samer Hattangadi era il collega con cui Eva si trovava più a suo agio. Una flemma zen, una voce vellutata che quasi la ipnotizzava e la convinceva che rispondere in maniera naturale sarebbe stata l’unica soluzione possibile. «I sensori corporei hanno ricevuto il segnale di una forte emozione, che non era paura.»
Eva trasse un profondo respiro, scosse il capo e allargò i palmi sulla superficie del tavolo. «Credo di interessare al maschio alpha del branco.»
Non ne stava guardando negli occhi nemmeno uno, tuttavia udì Williams scoppiare a ridere e di sbieco vide Andersson grattarsi il capo.
«Fortuna che ti abbiamo agganciata in tempo» disse Chang.
«Però a lei stava piacendo» fece due più due Samer.
A quel punto, risero sguaiati tutti insieme come un branco di maschi beta contemporanei.
«Vuoi che ti rimandiamo lì?» Williams, odioso.
Ancora risate.
«Ma com’è andata di preciso?»
Un sospiro, uno sbuffo, e si rassegnò a riportare l’accaduto. Del resto, era il suo dovere.
Non c’erano problemi a interagire con le popolazioni e le epoche selezionate. Venivano scelti piccoli nuclei e studiati nella loro evoluzione in modo da essere certi che una qualsiasi influenza reciproca non avrebbe cambiato il corso degli eventi generali. Si sarebbe trattato solo di una presenza in più da addizionare a quel gruppo, per cui le vicende storiche non sarebbero mutate col tempo, se non per scarti minimi, in un modo impossibile da calcolare concretamente, e comunque mai a livello di intera umanità. In definitiva, bastava non cambiare la storia documentata e seguirla, senza, per esempio, insegnare agli uomini del Trecento a viaggiare nel tempo; in più, non si dovevano commettere atti in contraddizione con il proprio vissuto personale prima di arrivare fin lì, in maniera da non scatenare paradossi come la non-esistenza che avrebbe potuto verificarsi uccidendo un proprio avo. Cosa che chiunque avesse voluto materializzarsi di nuovo sul lettino del laboratorio avrebbe ovviamente evitato con cura.
Le emozioni dei ‘saltati’ erano tenute sotto controllo attraverso un microchip sotto pelle sul retro del collo, collegato al centro dell’encefalo, ma c’era ancora da sperimentare col programma che connetteva stimoli corporei e onde cerebrali, per decifrare a dovere lo stato della persona. Il nucleo nervoso dell’amigdala attivava connessioni fra stimoli dei recettori visivi e uditivi, rispondendo alle situazioni di pericolo attraverso la rabbia e la paura. Grazie al chip, l’allarme veniva lanciato alla squadra. Le ultime conferme avevano stabilito che dai salti successivi avrebbero dovuto cambiare strategia.
«A parte gli scherzi...» Andersson cercò di riportare l’atmosfera su un piano più serio e razionale. «Quella è una piccolissima tribù in via d’estinzione. Sette maschi senza donne da anni. Già avevamo tirato qualche battuta sul fatto che qualcuno le sarebbe saltato addosso.» Sì, era vero, ma lei l’aveva presa giustappunto come una battuta, non pensava certo che sarebbe successo in un momento delicato come quello della caccia, né tanto meno che lei stessa avrebbe reagito in quel modo. «Se vogliamo continuare a studiarne le abitudini dal vivo, faremmo meglio a mandare qualcun altro di noi.»
Non era professionale avvertire un groppo di delusione alla bocca dello stomaco.
«Da quanto ci hai raccontato, ti ha vista sparire solo quello» riprese Chang. «Gli altri non si sono accorti di niente.»
«Esatto.» Eva annuì. «Ma non oso immaginare cosa possa aver pensato.»
«Adesso crederà che tu sia una Dea caduta dal cielo» disse Samer, «e diventerai la Musa ispiratrice della sua pittura rupestre.»
«Eva» sentenziò Williams. «La prima peccatrice, madre di ogni uomo.»
Ridacchiarono tutti, a quel punto, ma con la convinzione che l’ipotesi non fosse poi così ridicola, dati alcuni precedenti che si erano verificati con i salti dei compagni in altre aree.
Per lui sono una Dea caduta dal cielo e diventerò la Musa ispiratrice della sua pittura rupestre...
«Te la sentiresti di appurarlo?»
«Cosa?» Forse Samer non lo aveva detto, era lei che se lo era immaginato perché ci sperava. Si guardò intorno, e il fatto che gli altri si mostrassero titubanti le suggerì che Samer lo avesse detto davvero. «Mi state chiedendo di tornare lì per studiare gli effetti della sparizione del salto davanti a un individuo a quello stadio evolutivo?»
«Abbiamo il programma linguistico da integrare al microchip» disse Andersson. C’era una luce strana nei suoi occhi, come se la flebile e gelida convinzione precedente si stesse trasformando nella sete di conoscenza che lo contraddistingueva. «Col software che lega stimoli fisici e onde cerebrali non dovremmo avere problemi. Posso fare una rapida prova fra stasera e domani, nell’area che io già conosco.»
Quelle popolazioni vissute verso la fine del Paleolitico non avevano ancora raggiunto la storia e la scrittura, ma il linguaggio studiato appariva già articolato: adatto a trasmettere alla prole informazioni sulle operazioni quotidiane, nonché concetti astratti. Prole che nell’area a lei assegnata non c’era. Ma non sarebbe stato difficile interagire col gruppo a livello verbale, con l’aiuto del programma linguistico.
«Nella tua area è estate, sono presenti bacche e selvaggina» aggiunse Williams, «e i predatori non si avvicinano all’accampamento, sono gli uomini a cacciare gli animali nei boschi.»
E a quanto pareva c’era da sentirsi protetta...
«In ogni caso col software possiamo tirarla via non appena il collega di turno nota un’anomalia nelle percezioni» precisò Andersson.
Di turno? «Scusate...» li interruppe, «non starete per caso parlando del progetto di studio ravvicinato di più giorni, vero?»
Williams ridacchiò. «Ci era parso di capire che non ti sarebbe dispiaciuto.»
«Faremo di tutto per non portarti via sul più bello.» Samer tuttavia la fece sorridere. «Adesso che integriamo i programmi e Ole fa qualche prova, riconosceremo subito le forti emozioni negative dalle positive.»
Le sembrava un’invasione della privacy, ma non avrebbero comunque visto nulla. Senza contare che, sebbene il programma associasse allo spavento gli stati di intenso piacere, com’era avvenuto poc’anzi, certe emozioni potevano sfuggire alla meccanica, e rimandare alle esperienze e alle aspettative della corteccia cerebrale, per ritrovarsi al di là della sfera d’azione del chip collegato all’amigdala. Emozioni pubbliche e di breve durata, sentimenti privati dilatati nel tempo. Ma Eva non avrebbe comunque provato sentimenti di lunga durata...
Ammesso e non concesso che accettasse.
«C’è bisogno solo della tua approvazione.» Ancora Samer. «Abbiamo carta bianca su tutto, lo sai.»
«Secoli...» sbottò Williams, «millenni di evoluzione della civiltà e di lotte femministe, e questa scienziata finirà a intrecciare cestini per uno che le porta la cacciagione.»
Non riuscì a trattenersi dal ridere pure lei. «L’evoluzione maschile è stata inversamente proporzionale» buttò lì, sempre col sorriso sulle labbra. «Chi trascorre la maggior parte del suo tempo inchiodato al computer non riuscirebbe a sopravvivere a quella cosa che deve avergli sbranato mezza faccia.»
«Ah, un guerriero sfregiato!» quasi gridò Chang, con la sua vocetta. «Prepariamoci a sondare batticuori su batticuori.»
«Ci ha appena confessato che per noi non intreccerebbe cestini» sentenziò Andersson.
Però le battute sdrammatizzanti la rasserenavano. Frase dopo frase, quei risvolti apparivano come l’ultima cosa che avrebbe potuto capitare nel corso della spedizione e la riportavano alla realtà. Si sarebbe concentrata sugli usi e i costumi della popolazione. Alcuni studiabili a distanza, ma molti altri ancora da sperimentare in loco. Era un’occasione imperdibile, un privilegio a cui non avrebbe mai potuto aspirare quando era una studentessa, un sogno inimmaginabile, e non si sarebbe certo tirata indietro per una sciocca reazione fisiologica provata per caso, né per le freddure dei colleghi. Dall’adattamento all’ambiente, all’interazione con i soggetti di studio, tutto sarebbe stato nuovo e meraviglioso, per lei in primis, ma anche per i colleghi e per chiunque sarebbe venuto a conoscenza delle sperimentazioni.
«Sarai sempre sotto controllo.» Samer dava ormai tutto per scontato. «Ci riserviamo come scadenza una settimana, per conferire, poi deciderai tu se hai bisogno di proseguire.»
«Il chip è calibrato con i tre colpi ripetuti col polpastrello dell’indice?» domandò. Non era conveniente un semplice tocco. In quella maniera sarebbe stata teletrasportata anche solo grattandosi il collo.
«Al solito» confermò Chang. «Picchietti tre volte e noi sappiamo che dobbiamo tirarti subito via nel caso il programma non identifichi con precisione una situazione di pericolo o un tuo bisogno di rientrare.»
Niente belve se non nei boschi dove venivano ammazzate dal branco; bacche, frutti selvatici, uova di uccelli, selvaggina, soggetti pacifici e addirittura rispettosi, per quanto in astinenza forzata. I pericoli non erano molti, a differenza di altre aree con predatori che non temevano i fuochi degli accampamenti. Studiavano bene ogni minima circostanza, grazie alle sonde temporali inviate in avanscoperta. Per non parlare del clima favorevole di quella zona dell’Europa mediterranea di poco più di diecimila anni addietro: non troppi gradi sotto i valori minimi e massimi attuali, in quel periodo intermedio post glaciale; il freddo sarebbe tornato più avanti, oppure nell’inverno ghiacciato, ma loro avevano scelto un’estate mite e abbastanza calda, in boschi fra pianura e collina, fuori dalle paludi infestate dagli insetti.
La partenza, dopo altri test col dizionario, sia per le parole in entrata sia per le parole in uscita, e i collegamenti con l’altro programma, fu stabilita per l’indomani.
E a quel punto le sensazioni provate nel corso del salto di quel giorno la facevano ridere.
Ma la notte, quando si ritrovò sola fra le lenzuola, non poté fare a meno di ripensarci, e di toccarsi, immaginando quello che sarebbe potuto succedere quando il capobranco avrebbe rivisto la sua Dea e Musa ispiratrice.

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